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storia della Jaguar E-Type inizia al salone di Ginevra nel lontano 16
marzo del 1961. Guardando negli annali dell'automobilismo moderno è
impossibile non notare come gli anni ’60 siano stati particolarmente
generosi nel regalarci alcune tra le più belle auto mai prodotte, come
la Ferrari 250 GTO, la Lamborghini Miura e, naturalmente, la E-Type.
Dietro la sua presentazione si nasconde un curioso aneddoto che fa
pensare a quanto i tempi siano cambiati. La Jaguar aveva previsto di
esporre al salone due esemplari, uno per la normale esposizione statica
e un altro per le dimostrazioni alla stampa. Quest’ultimo, dopo tutti
i controlli del caso presso lo stabilimento, partì in ritardo da
Coventry (sede della Jaguar) e venne guidato di corsa fino a Ginevra,
dove arrivò giusto in tempo. Riuscite a immaginare lo svolgersi della
stessa situazione ai tempi attuali?
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| Comunque
sia, tanta fatica venne ampiamente ricompensata dal giudizio del
pubblico e della stampa: tutti ne rimasero molto impressionati, in
positivo ovviamente. Per quei tempi, la E-Type era un’auto davvero
molto avanzata, dotata di quattro freni a disco, struttura monoscocca e
di sospensioni posteriori indipendenti, ma ciò che colpì prima di
tutto fu indubbiamente la carrozzeria, disegnata dal “mago
dell’aerodinamica” Malcolm Sayer. Affusolata, sinuosa e seducente,
impossibile non restarne affascinati. Fu un elemento molto importante
per il raggiungimento della notevole velocità massima dichiarata: 150
miglia all’ora, pari a 240 km/h. Al debutto, la nuova Jaguar era
disponibile in due varianti di carrozzeria, convertibile (detta OTS -
Open Two Seater) e coupè (detta FHC - Fixed Head Coupe). |
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| Il
motore, già visto sulla XK 150 S, era un sei cilindri in linea (della
serie
XK) con una cilindrata di 3.8 litri, doppio albero a camme in
testa e alimentato da tre carburatori SU HD8 e capace di ben 265cv. Era
accoppiato a un poco indovinato cambio Moss a quattro rapporti, con il
primo non sincronizzato. La sua manovrabilità fu uno degli elementi più
criticati della vettura, insieme alla resistenza dei freni durante la
guida sportiva e alla scarsa capacità dei sedili di trattenere il corpo
in curva. |
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| La
Jaguar diede grande importanza al comportamento stradale e ciò portò,
come anticipato poco fa, allo sviluppo di un nuovo sistema di
sospensioni posteriori indipendenti, dotate di quattro ammortizzatori
(che, a differenza dell’avantreno, erano accoppiati a delle molle) e
di freni “entrobordo”, posizionati cioè all’uscita del
differenziale posteriore, in modo da ridurre le masse non sospese. Lo
sterzo, a cremagliera, si rivelò un altro elemento importante: grazie
al basso rapporto di demoltiplicazione e allo sforzo, ridotto, per
l’azionamento. Tutto ciò diede alla E-Type una grande efficacia, con
un temperamento non certo compassato e gentile ma impegnativo, da auto
da corsa. Aveva tutti gli elementi per diventare un vero e proprio mito
dell’automobilismo.
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La consacrazione completa arrivò al salone di New York del 1° aprile
dello stesso anno, dove la nuova Jaguar riscosse un grandissimo
successo, specialmente nella versione scoperta. Anche in questo caso, a
colpire non fu solo lo stile ma anche le notevoli prestazioni e la
stampa locale non perse tempo per tesserne le lodi.
Nel 1965 arrivò la prima versione migliorata, con un motore dalla
cubatura aumentata a 4.2 litri, in grado di garantire una erogazione più
robusta anche ai regimi inferiori (migliorò la coppia ma non la
potenza). Nuovo anche il cambio, un componente Jaguar al posto del
precedente Moss, sempre a quattro rapporti ma, finalmente, tutti
sincronizzati. All’interno cambiarono anche i sedili, con un modello
più ergonomico, contenitivo e ribaltabile, e l’insieme plancia-tunnel
centrale, nel quale sparì il rivestimento in alluminio per lasciar
spazio a un nuovo set di interruttori (adagiati su un rivestimento nero
in vinile) e alla pelle. Novità assoluta fu anche l’introduzione di
un nuovo modello 2+2, il quale si differenziava dalla normale FHC, oltre
alla ovvia differente abitabilità, anche per un passo maggiorato (9”
di differenza) e il padiglione più alto. Su questa versione venne reso
disponibile anche un cambio automatico, a tre rapporti, costruito dalla
Borg Warner.
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Nel
1967 arrivarono altre modifiche, necessarie per rispettare la normativa
USA che sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio del 1968 (il mercato
statunitense era molto esigente, gia all’epoca, nei confronti del
contenimento delle emissioni e della sicurezza per gli occupanti).
Sparirono le carenature dei fari, vennero modificati gli interruttori
della plancia e, cosa più importante, venne modificato pesantemente il
motore per le auto destinate al mercato americano: i tre carburatori SU
lasciarono spazio a una più modesta coppia di carburatori Strombergs e
la potenza crollò al valore di 175 cv, decisamente inadeguato per il
carattere della E-Type. Questa serie, solo leggermente modificata, venne
definita dagli appassionati Series ½.
Il 1969 fu l’anno della 4.2 Series 2, proposta da subito nelle
versioni OTS, FHC e 2+2. Il nuovo modello subì aggiornamenti ben più
importanti, specialmente nell’estetica. Vennero adottati dei paraurti
più grossi, una presa d’aria maggiorata (per migliorare il
raffreddamento), fanali posteriori più ampi e posti sotto il paraurti
anziché sopra. Tutto ciò alterò in maniera visibile la purezza della
sua linea anche se di certo non la trasformò da cigno a brutto
anatroccolo. Anche sotto pelle cambiarono diverse parti, venne impiegato
un impianto frenante potenziato (con un servofreno di maggior diametro),
un migliore sistema di raffreddamento (munito di due ventole) e vennero
resi disponibili, come optional, il servosterzo e l’aria condizionata.
L’abitacolo beneficiò del volante con piantone collassabile e di
nuovi sedili muniti di poggiatesta. |
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| Nel
1971, anche per far fronte alle scarse prestazioni garantite dal sei
cilindri destinato agli USA, la Jaguar presentò la Series 3, l’ultima
versione della E-Type, dotata di un monumentale motore a 12 cilindri a
V, con una cilindrata di 5.3 litri. Questo motore, realizzato
interamente in lega leggera, nacque infatti dall’accoppiamento di due
sei cilindri in linea, disposti a V e con un angolo di 60°. La potenza
salì a ben 272 cv a 5850 giri. Con questo modello, la versione FHC sparì
dal listino, lasciando quindi spazio solamente alla OTS e alla 2+2.
Questa serie subì pesanti aggiornamenti meccanici, in primis
l’adozione del passo maggiorato anche sulla convertibile, inoltre
l’adozione di sospensioni modificate (con carreggiate più ampie),
freni potenziati (dischi anteriori autoventilanti), l’adozione del
servosterzo e di pneumatici più larghi. Il cambio automatico, sempre a
tre rapporti, restò nella lista degli optional. Dal punto di vista
estetico, le modifiche non furono di certo meno importanti e
contribuirono ancora una volta ad allontanare la E-Type dal suo stile di
base. I paraurti vennero sostituiti con altri più importanti, la presa
d’aria frontale venne dotata di una grossa griglia cromata e vennero
modificati anche i passaruota. All’interno sparì il volante in legno
per lasciare il posto a uno in pelle e il tunnel centrale, un tempo
rivestito in pelle, adottò la plastica. Grazie al nuovo motore,
l’intento della Jaguar di restituire le prestazioni originarie alla
E-Type venne centrato, con una velocità massima di 150 mph e uno scatto
da 0 a 60 mph in meno di 7”, ma ciò che venne stravolto fu il
carattere, passato da quello guizzante e impegnativo di una vera
sportiva a quello più flemmatico di una più normale granturismo.
La produzione cessò nel 1974, dopo oltre 72000 E-Type prodotte (di cui
¾ destinati al mercato americano). Le ultime 50 vetture a uscire dalla
fabbrica furono tutte delle convertibili, con carrozzeria nera e dotate
di una speciale placca commemorativa. La E-Type colpì tanto gli
appassionati che al giorno d’oggi diverse aziende si sono
specializzate nella costruzione di splendide e fedeli repliche, o, in
certi casi, addirittura parziali ricostruzioni come nel caso della
azienda inglese Eagle, specializzata nel perfezionare originali E-Type. |
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| Tuttavia,
è impossibile terminare la storia di questa fantastica auto senza
citare le due versioni speciali: le Lightweight e la Low Drag Coupè.
Quest’ultima, prodotta nel 1962 in un unico esemplare, nasceva sulla
base della versione coupè e montava il sei cilindri in linea da 3.8
litri, opportunamente rivisto. La carrozzeria, per ridurre la massa, era
realizzata in alluminio e i finestrini, per lo stesso motivo, vennero
realizzati in perspex. Esteticamente si differenziava dalle normali
E-Type FHC per il differente design della coda, con un particolare
profilo ideato dallo stesso Sayer che le consentiva di sfiorare la
velocità massima di 170 mph. Venne venduta al pilota Dick Protheroe che
la fece gareggiare con successo sia in Inghilterra che in Europa e, in
seguito, come spesso accade con esemplari tanto speciali, passò di
collezionista in collezionista. Le Lightweight, prodotte in soli 12
esemplari, vennero costruite dalla Jaguar con l’ambizione di
contrastare la Ferrari e la sua 250 GTO, ma non riuscirono a portare a
casa i risultati sperati. Erano auto veloci e affidabili, ma non
abbastanza performanti da contrastare in maniera davvero efficace le GTO.
Esteticamente erano simili a normali E-Type OTS ma meccanicamente,
ovviamente, profondamente differenti. Per contenere il peso, la
carrozzeria, l’hard-top e molte altre componenti vennero realizzate,
al pari dei motori (sempre 3.8 elaborati), in alluminio. Dopo buone
stagioni come quella del ’63 e del ’64, iniziarono un lento declino
e, nel corso del tempo, alcune E-Type Lightweight finirono con
l’essere utilizzate come muletti, per sperimentare modifiche tecniche
ed aerodinamiche. Le undici vetture rimaste (una andò distrutta durante
una corsa a Le Mans nel 1963) hanno ormai raggiunto quotazioni
elevatissime.
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